Minneapolis e il Mojave: cosa sta facendo l'ICE
Che l'idea, qui e n Venezuela sia quella di abituare a un'autorità che usa la forza sempre e comunque?
A Minneapolis è caccia al somalo ma si muore anche per aver fatto l'osservatore. Nelle scorse settimane il rumore di fondo dei bot online ha parlato incessantemente delle truffe ai danni delle assicurazioni sanitarie pubbliche in Minnesota (ordite da somali). C'è qualcosa di vero, nel senso che una truffa è stata scoperta, segnalata e le persone colpevoli processate. Per il resto è razzismo simile a quello della "Welfare Queen" di Reagan (guardate qui se avete qualche minuto), un caso vero, divenuto però la metafora per tutti i neri che vivono di sussidi pubblici alle vostre spalle perché non vogliono lavorare. Reagan non nominava i neri ma... Trump nomina i somali.
In molti avrete visto le immagini, eloquenti e inequivoche del poliziotto ICE che fredda la donna al volante senza apparente motivo. Una delle ragioni è che molti di questi agenti non hanno avuto un training adeguato e sono invece stati assunti al suono della grancassa nazionalista "proteggi il tuo paese" e che vengono coperti politicamente, anche in casi clamorosi come questo, dall'amministrazione. La versione ufficiale sposata da Vance e Bondi non sta in piedi. Del resto, mesi fa a Chicago, una donna ferita era stata denunciata per aver aperto il fuoco, accuse ritirate perché gli agenti ICE hanno mentito sulla dinamica e non avevano nulla in mano per provare la colpevolezza della donna. A oggi ICE ha ucciso tre persone in fuga e ne ha ferite diverse.
Tutto questo per prendere persone ed espellerle dal paese nel quale, nella maggior parte dei casi, vivono da decenni. In alcuni casi sono regolari ma hanno antiche pendenze giudiziarie (ricordo il caso di una persona che ha fatto un assegno scoperto da venti dollari o altri per possesso di marijuana nel frattempo, magari, divenuta legale nello Stato di residenza). Il 33% dei detenuti non ha commesso crimini, il 30% è in attesa di giudizio, il 37% ha vecchi reati, solo il 7% reati vioenti (dati di inizio dicembre).
Ro Khanna, rappresentante della California, ha visitato un centro di detenzione nel suo Stato. Si trova nel deserto del Mojave, dietro Los Angeles e il Meteo mi dice che la notte questa settimana le temperature sono 1-3 gradi. I detenuti non sono vestiti in maniera adeguata. Il centro è gestito da un'organizzazione privata. Anni fa i contratti stpulati per i gruppi che gestiscono carceri stabilivano che ci dovesse essere un minimo di posti occupati (cioé che se il carcere fosse stato troppo vuoto occorreva aumentare il numero di carcerati). Qui non si pone il problema perché il carcere è sovraffollato e finché continueranno queste politiche, il tema sarà creare nuovi centri come questo e Alligator Alcatraz. (qui una foto del centro)
Di seguito ho tradotto qualche riga dalla sua testimonanza, che mi pare importante e con la quale si può chiudere senza ulteriori commenti questo post.
Le visite rimangono rigorosamente attraverso un vetro. Quando gli è stato chiesto il motivo, il direttore ha citato “l’introduzione di merce di contrabbando”, ma quando abbiamo chiesto quanti detenuti fossero stati arrestati per reati commessi rispetto a questioni civili di immigrazione, la risposta è stata che non lo sapeva.
Gran parte del personale che abbiamo incontrato aveva solo tre o quattro mesi di esperienza e proveniva dal settore della sicurezza privata piuttosto che da una formazione specializzata in ambito penitenziario o umanitario. Ci è stato spiegato che il motivo principale per cui le persone venivano trasferite in questa località remota era lo “spazio letto” e non la necessità o il rischio. (…)
L’assistenza medica è stata l’aspetto più allarmante della nostra visita. Sebbene siano presenti coordinatori ADA, durante la nostra visita non erano presenti. Abbiamo notato delle cassette chiuse a chiave con le scritte “richiesta di assistenza medica” e ‘reclamo’, ma non ci è stato permesso di verificare se tali richieste avessero mai ricevuto risposta. Il personale ha ammesso che una richiesta di “assistenza medica” potrebbe rimanere nella cassetta per una o due settimane prima che venga avviata una risposta medica. I detenuti ci hanno raccontato una storia diversa: quando chiedono aiuto, possono aspettare fino a 20 giorni, spesso venendo messi in una stanza da soli a sedersi e aspettare senza ricevere cure. (…)
Per malattie come l’influenza, raramente vengono forniti farmaci; nella migliore delle ipotesi viene somministrato dell’ibuprofene, ma più spesso ai detenuti viene detto di acquistare farmaci di base dallo spaccio a prezzi esagerati e insostenibili. Con un solo medico per centinaia di persone, secondo quanto riferito, la negligenza è strutturale. (…)
Le liste degli avvocati pro bono sono affisse alle pareti, ma poiché alla struttura è assegnato un solo giudice dell’immigrazione, i casi subiscono proroghe di sei mesi. Alcuni sono così disperati da chiedere di essere espulsi, ma rimangono comunque detenuti per mesi a causa dei ritardi nei tribunali. (…)
Abbiamo parlato direttamente con 47 persone provenienti da paesi quali Afghanistan, Armenia, Bangladesh, Colombia, El Salvador, Honduras, India, Messico, Nepal, Venezuela e altri. La maggior parte di loro ha affermato di non aver mai saputo il motivo della propria detenzione. (…)
Hanno raccontato di essere trattati come animali, rinchiusi in celle per sette ore al giorno e nutriti con fagioli poco cotti che spesso contengono sassi. I detenuti più anziani sono maggiormente a rischio perché raramente ricevono frutta o verdura fresca. Abbiamo incontrato un residente permanente legale che viveva negli Stati Uniti da 45 anni, ora detenuto per un problema risalente a quasi trent’anni fa.




